Pensate per un attimo se la telefonia non fosse entrata nel libero mercato ed oggi ci fosse ancora la Sip. Avremmo probabilmente un canone esagerato (con qualche accise dentro per pagare magari vecchie guerre o manovre sanguinarie) e servizi appena sotto la media (ad essere ottimisti…).

Pensate se l’offerta di trasporto ferroviario non si fosse aperta alla concorrenza. Non sarebbe nato Italo, ed oggi avremmo un prezzo a tratta molto alto oltre che una serie di servizi di molto inferiore a ciò che offre il mercato attuale.

Poi pensate che domenica a Roma c’è stato un referendum consultivo dove il popolo ha potuto scegliere se liberalizzare o meno la gestione del trasporto pubblico urbano, oggi in mano ad Atac; una società che vanta quasi un milione e mezzo di debiti e che viene spesso accreditata dai romani come una delle principali cause di degrado cittadino (ricordate i bus andati a fuoco per le vie della capitale?).
Ebbene, a questo referendum hanno votato il 16,4% degli aventi diritto, nonostante un quorum basso da raggiungere del 33%: i cittadini romani hanno scelto di non scegliere.

Sebbene l’istituto referendario sia ancora ancorato alla presenza fisica al seggio, è stato imbarazzante vedere una così scarsa partecipazione della società su una questione così molto delicata.
Nel totale disinteresse della politica, con tanti partiti che hanno boicottato il referendum per la paura di perdere potere sull’azienda, i romani hanno letteralmente fallito l’appuntamento con la storia. Le urne deserte sono la foto di un’Italia che affonda, di un degrado che avanza e di una città, la capitale italiana, ormai invivibile e priva di un qualsiasi progetto di sviluppo.

La colpa è della politica, certo. Dei partiti, ovvio. Sia quelli tradizionali, ma anche quelli moderni, innovativi, quelli che dovevano risollevare Roma e che ora se la prendono col tempo (a dir loro troppo poco) nonostante sapessero che ogni anno conta 365 giorni (tranne quello bisestile che ne ha uno in più), e che ogni giorno è formato da 24 ore. Fatto sta che Roma è abbandonata a se stessa e oggi manca a tutti gli appuntamenti importanti per risollevarsi.
Liberalizzare il servizio sarebbe stato un atto di civiltà e di prospettiva. Avremmo assistito ad una messa a bando della sua gestione con il comune che rimaneva titolare delle linee di indirizzo quali: scelta dei percorsi e soprattutto delle tariffe. Nessuna “sporca” privatizzazione o svendita di servizio pubblico. Un ammodernamento semmai. Che ora non ci sarà.

Ma vuoi mettere cosa significa per la politica gestire (quasi) direttamente 13.000 dipendenti? Poi chi se ne frega se il 55,18% degli interventi sui mezzi danneggiati non serve a riparare il guasto, o se il tasso di assenteismo registrato nel terzo trimestre del 2016 è stato sopra al 12% (uno dei tassi più alti del paese: Milano ha registrato l’8,26 per cento, Napoli solo il 6,18 per cento).

Roma a Cinque Stelle, lo specchio di una nazione che affonda.