L’Italia piange lacrime di fango, cemento e asfalto. Le piange amare.

354
cantieri per mettere in sicurezza ponti e viadotti ancora bloccati (su 750). Ammonta ad 1 milione di euro il valore dei cantieri fermi.

7275
i comuni interessati da aree a pericolosità (totale 91,1%) per un totale di 50.117 chilometri quadrati che coinvolgono direttamente 1 milione e trecentomila abitanti per le frane e 6 milioni e duecentomila per le alluvioni.

3,5
i miliardi all’anno per perdite di patrimonio pubblico e privato ripristinati per lo più con interventi di finanza pubblica.

3
i miliardi di euro che sono necessari per monitorare e fare gli interventi più urgenti sulle opere viarie d’Italia.

1.918
le opere che necessitano di interventi classificati dall’Upi (Unione Province d’Italia) “priorità 1”.

2,454
i miliardi di euro necessari per gli interventi monitorati e ritenuti urgenti (sono quasi seimila opere tra viadotti, ponti e gallerie).

Sono numeri impietosi, la fotografia di un’Italia ridotta a groviera, letteralmente falcidiata dalla noncuranza del proprio patrimonio infrastrutturale. Mentre nel mondo si contano i danni causati da uragani impetuosi ed eventi distruttivi catastrofici, da noi, nel Belpaese, per contare danni a cose e persone basta una pioggia.

Nel paese dell’eterna burocrazia dove una legge importante come lo “Sbloccacantieri” vanta 146 pagine di gazzetta ufficiale e la possibilità di nomina di 77 commissari tramite 8 passaggi (si ben 8!) per la ratifica, si pensa sempre al granellino di polvere e mai al sasso grande, che magari abbiamo davanti. Ed è così che crollano ponti, strade ed intere colline. Senza neanche riuscire a nomnare un commissario di niente (esclusa la nomina di Venezia dopo l’allagamento, ovviamente…). Ed ogni Governo, appena arriva, si pone come obiettivo quello di distruggere ciò che (anche di buono) c’era prima, come nel caso del “Salva Italia” di Renzi, che aveva previsto un’unica cabina di regia presso Palazzo Chigi, dedicata alla prevenzione del rischio idrogeologico, sostituita oggi da un’altra struttura denominata  “Proteggi Italia“, un hub operativo con fondi per circa 10 miliardi di euro, che prevede nuclei operativi di supporto commissariati (parlavamo di burocrazia giustappunto…), anche questi mai nominati.

In tutto questo uno degli ultimi atti di Cantone all’Anac (17 luglio 2019) fu quello della pubblicazione di un dossier (raccapricciante) sulle manutenzioni autostradali. Riporta Sergio Rizzo su La Repubblica:

nessuno dei 19 concessionari (l’85% del totale) aveva rispettato nel 2016 la quota d’investimenti dichiarata nei piani finanziari. Per tredici di questi fra cui Autostrade per l’Italia e la società del gruppo Gavio (gruppo che gestisce l’autostrada dove è crollato il viadotto domenica) gli investimenti erano inferiori al 90%

Un bordello vero e proprio, un cocktail di negligenza e burocrazia che sta paralizzando l’Italia e penalizzando interi settori produttivi, agricoltura in primis (una frana su quattro colpisce aziende agricole dice oggi Confagricoltura; 14 milioni di danni in 10 anni commentava ieri Coldiretti).

Tutto fermo, tutto tace (tranne nella gara alla solidarietà, lì tutti fenomeni). Ma tra qualche mese è primavera. Chi vivrà vedrà.